Cemento grezzo
Il doveroso racconto di un movimento citato (e mai approfondito) in The Brutalist
Per quanto The Brutalist di Brady Corbet, vincitore di 3 premi Oscar, offra uno sguardo intenso sulla figura di un architetto (mai realmente esistito) e sulla creazione di spazi che riflettono visioni estetiche e ideologiche, il film si ferma a un racconto appena accennato di ciò che è stato il vero Brutalismo. La regia fatta di inquadrature immense e soffocanti, la fotografia glaciale e la colonna sonora, che si alterna tra sfrenata e intima, sono indubbiamente azzeccatissime per restituire l’idea del titolo; la trama, però, svia. Approdando su sponde più distanti, sul dolore e sui soprusi subiti da un uomo, la narrazione finisce per usare l’architettura come pretesto per parlare d’altro, tenendo in secondo piano la storia di un movimento, un linguaggio artistico a tutti gli effetti, che ha lasciato un’impronta fondamentale nella cultura moderna. Ed era invece una buona occasione per ricordarlo.
Béton brut significa cemento grezzo, e fu Le Corbusier a utilizzarlo per primo come termine descrittivo del proprio lavoro: imponenti costruzioni realizzate interamente con cemento a vista. Un cemento nudo, esposto senza rivestimenti, che si erge resiliente in mezzo agli sfarzi e diventa la rappresentazione di una nuova idea di architettura. L’idea era quella, nel secondo dopoguerra, di costruire edifici funzionali e inclusivi, adatti alle necessità umane e alla vita quotidiana, senza inutili sovrastrutture; il conflitto mondiale aveva inevitabilmente ristabilito le priorità di molti. Marsiglia ospita una delle più emblematiche traduzioni di questo principio, le Unité d’Habitation che proprio Le Corbusier inaugurò nel 1952. Un reticolo di appartamenti e spazi comuni destinato ai marsigliesi, collocati in un disegno residenziale enorme e tortuoso, essenziale nelle forme e allo stesso tempo poetico, con il distintivo cemento costellato di finestre colorate.
Le Corbusier, Unité d’Habitation
Tra i principali scopi degli edifici brutalisti c’è sempre stato l’incentivo a trovare un senso di comunità e appartenenza per coloro che vi si sarebbero recati. Non solo a Marsiglia, ma in tutto il mondo: il Barbican Center a Londra, la Torre Velasca a Milano, la Biblioteca Geisel a San Diego, ma anche la stessa urbanistica della città di Brasilia. Tutti esempi, tra i molti, di costruzioni pensate per essere aggregative e ad uso pubblico, immediate e facili da comprendere, dove le persone, sovrastate dalla grandezza e dall’austerità del luogo, si potessero sentire vicine tra loro.
Se il brutalismo classico parlava la lingua dell'imponenza e della crudezza, alcuni contemporanei lo reinterpretano in chiave più contemplativa e sensoriale. Tadao Ando è uno di questi: l’uso che l’architetto giapponese fa del cemento non si limita a rappresentare un atto di forza, ma anche e soprattutto un gioco di luce e silenzi, di forti contrasti, in una costante ricerca di equilibrio tra spazio e percezione.
Tadao Ando, Chichu Museum Naoshima
Accusate di alienazione e mancanza di sentimento, nonché associate al degrado sociale, molte opere brutaliste storiche sono state boicottate nel corso degli anni - che fosse un linguaggio contradditorio lo si evince anche dal film di Corbet. Oggi, però, tornano alla ribalta e si fanno finalmente giustizia (basti pensare al Memoriale Brion di Carlo Scarpa, scelto da Denis Villeneuve per girare i suoi Dune), generando rinnovato interesse concettuale ed estetico. Sarà che la storia è ciclica, e che rispolverare il passato dopo averlo rifiutato è un meccanismo ricorrente in ogni ambito umano, ma l’esito di questa riscoperta è un messaggio che sarebbe stato bello sentirsi raccontare da Laszlo Toth: non solo cemento e geometria, ma dichiarazioni d’intenti per tutti gli uomini.
Carlo Scarpa, Memoriale Brion