Arco

Chung Eun-Mo da Zazà Ramen

 
 

Chung Eun-Mo nasce a Seul, vive a New York e si stabilisce in Italia. È un’artista rigorosa ma sensibile, da sempre affascinata dal passato, dai pittori antichi e dagli affreschi rinascimentali, che rimangono ancora oggi una delle sue maggiori fonti d’ispirazione. Il legame tra arte figurativa e architettura, in particolare, è ciò che più la muove, spingendola a dipingere strutture rese da incroci di forme, colori e luce. Queste prendono vita seguendo un approccio astratto, che ha la capacità di creare armonia e introspezione attraverso un ventaglio di sfumature che in qualche modo ci parla, costruisce immaginari. A livello creativo le sue composizioni non sono mai casuali: ogni tonalità e ogni linea ha un proprio significato, dove la precisione non sovrasta mai la poesia. Opere grafiche ma estremamente espressive, che l’artista, rappresentata dalla galleria Monica de Cardenas, ha esposto in numerose mostre personali e collettive.

 
 

Zazà Ramen, invece, ha una storia intrecciata con il Giappone e l’Olanda. Uno dei primi locali a portare il ramen a Milano più di dieci anni fa, nasce dalla gestione di Brendan Becht, chef e collezionista olandese che ha voluto affiancare il mondo dell’arte e quello della cucina in un’unica esperienza. Piatti della tradizione giapponese in chiave moderna e un’attenzione particolare ai sakè (anche di produzione propria) si associano alle numerose opere d’arte individuabili in ogni angolo del ristorante, tra cui la più scenografica è quella site-specific che corre su tutta la parete principale. Quest’ultima cambia con regolarità ogni sei mesi, quando un nuovo artista viene selezionato e chiamato a esprimersi con il proprio linguaggio usando il muro come tela. Nathalie Du Pasquier, David Tremlett e molti altri hanno partecipato al progetto, che non solo sincronizza in modo armonico e immediato l’espressione artistica e quella gastronomica, ma permette anche allo spazio di mutare continuamente.

 
 

L’opera realizzata da Chung Eun-Mo ha un suo tocco. Le geometrie e i colori vivi che la caratterizzano attivano un dialogo silenzioso con l’ambiente, che si trasforma in una sacra cappella affrescata e in un edificio Bauhaus allo stesso tempo: torna sempre la dicotomia intrinseca al linguaggio dell’artista coreana. Il titolo, Arco, evoca un mondo squisitamente architettonico, nella sua accezione di costruzione razionalista ma anche di accogliente riparo. Uno sfondo contemplativo da cui farsi assorbire totalmente, con tanto di ramen e sakè.

 
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